Parco San Bartolo

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Il cimitero ebraico

Posto alle pendici del colle San Bartolo, in un declivio naturale rivolto ad oriente, il cimitero testimonia la secolare presenza di un nucleo ebraico nella città di Pesaro che contribuì a costruire l’identità culturale, civile ed economica locale.

Fu istituito alla fine del XVII° secolo da una comunità particolarmente fiorente e numerosa, accresciuta per l’arrivo di alcune famiglie da Ancona (costrette a fuggire in seguito alla distruzione del quartiere con un incendio) e dal Portogallo. La sua importanza e prosperità è testimoniata anche dalla realizzazione della sinagoga sefardita all’interno del ghetto pesarese.

L’area sacra si estende per circa 6.700 metri quadrati che si affacciano al mare ed è rivolta verso Gerusalemme, lungo una pendenza modellata da piccoli terrazzamenti. Al suo interno sono tuttora conservati oltre 150 monumenti funebri, anche se si presume la presenza di molte altre inumazioni non visibili, che non sempre venivano segnalate con stele o cippi, dipendendo dalla condizione economica della famiglia del defunto.

E’ possibile suddividere idealmente l’area in tre sezioni. Quella superiore, che corrisponde alla più antica, ospita numerose stele verticali e cippi cilindrici che contengono iscrizioni e decori. Nella parte centrale invece, si trovano veri monumenti sepolcrali di gusto classico, mentre in quella inferiore, che è la più recente, prevalgono forme romaniche e naturalistiche.

Villa Caprile

Splendido esempio di villa con giardino all’italiana, Caprile venne costruita a partire dal 1640 dal marchese bergamasco Giovanni Mosca, discendente di una nobile famiglia lombarda che si trasferì nelle Marche nel 1550, in seguito all’ottenimento dell’investitura del castello di Gradara. A Caprile il nobile volle realizzare la sua residenza estiva in cui trascorrere villeggiature e tenere ricevimenti, attribuendole fin dall’inizio una destinazione di svago. Questa tesi è confermata da una descrizione ritrovata nel diario di viaggio di monsignor Lancisi, mandato da papa Clemente XI Albani nel ducato di Urbino. Dopo aver delineato la struttura e le decorazioni della villa, il monsignore si sofferma in particolare sui giochi d’acqua dei giardini, in cui “machine, sibili, suoni, gradini e piogge al passeggero non fa invidiare molto a Tivoli o a Frascati alcuno dei loro artifici”. Il più importante intervento di ristrutturazione fu eseguito nel 1763, dal discendente Carlo Mosca, a cui si deve l’impianto architettonico giunto fino ai nostri giorni.

Destinata come già detto a fini di ricevimento e villeggiatura, Villa Caprile ospitò personaggi molto importanti, tra cui si possono ricordare Casanova, Stendhal, Rossini e Leopardi.Il marchese Francesco Mosca, impegnato nella divulgazione della fede giacobina, nel 1797 ospitò anche Napoleone Bonaparte.Fu ancora lui che, dopo aver innalzato “l’albero della libertà” trasformò la villa da sito elitario ed aristocratico a luogo di fruizione pubblica. Dopo poco però la residenza tornò ad accogliere personalità illustri, grazie anche alla vita mondana condotta da Carolina di Brunswick, principessa del Galles, che prese Caprile in affitto nelle estati del 1817 e 1818. Solo nel 1876, con il risorgere delle Accademie, Caprile venne acquistata dall’Accademia Agraria per poter dar vita alla Colonia Agricola, con il patto di non stravolgere l’impianto architettonico esistente.

In seguito a difficoltà economiche la proprietà venne ceduta nel 1925 alla Provincia di Pesaro Urbino, che proprio recentemente ne ha curato il restauro. Attualmente è sede dell’Istituto Tecnico Agrario “Cecchi”.

Per quanto attiene all’impianto architettonico, la struttura seicentesca si presenta con un’armonica facciata, che fa da fondale scenico ai preziosi giardini, ricchi di piante esotiche e di scherzi. L’impianto è stato modificato nel ‘700 da una ristrutturazione che ha arricchito l’assetto con la torretta centrale. All’interno, degni di nota sono lo scalone d’onore e un salone ornato con stucchi in cui si trova rappresentata la vita di San Paolo.

I giardini, che seguono il pendio del colle, si dispongono su tre terrazzi collegati da scalinate. La prima, costituita da una doppia rampa, è la più antica e conduce al primo giardino. Proprio questo ospita i decantati giochi d’acqua, che sorprendono e divertono i visitatori con spruzzi improvvisi che fuoriescono da siepi vasi e monumenti. Per la loro realizzazione è stata al tempo allestita una maestosa galleria filtrante che si insinua per quasi due chilometri all’interno della collina, per raccogliere l’acqua. Il secondo livello è invece occupato dal pomario, in cui trovano sede le piante da frutto, su ricordo del giardino arabo tipico delle aree di cultura spagnola. Il terzo livello infine ospita il viridarium, con le profumate essenze tipiche dell’epoca, come il rosmarino, la salvia, il ginepro, il timo e così via. Degno di nota è poi il teatrino di verzura, contenuto in un’arena di cipressi e realizzato completamente da vegetazione, compreso il “palcoscenico” e i gradoni.

Villa Imperiale

Costituisce un magnifico esempio di residenza rinascimentale in stile manierista, posta nel cuore del Parco San Bartolo. Il complesso architettonico è stato costruito in due fasi successive, la prima delle quali risale alla seconda metà del ‘400, quando Alessandro Sforza diede incarico, probabilmente al Laurana o a Giorgio di Matteo da Sebenico, di realizzare un progetto per una dimora difensiva in cui fosse possibile tuttavia dedicarsi piacevolmente anche agli “otia” e alla cura dell’anima. La villa è chiamata Imperiale perché la prima pietra fu posta dall’Imperatore Federico III d’Asburgo, ospitato a Pesaro da Alessandro Sforza nel 1468, nel corso del suo secondo viaggio in Italia.

La trasformazione in esclusiva villa di delizie avvenne ad opera di Francesco Maria I Della Rovere, che dopo aver riconquistato il Ducato alla morte di papa Leone X, incaricò il prestigioso architetto Girolamo Genga di aggiungere un nuovo complesso a quello preesistente e di trasformare la residenza in luogo ideale di vita cortese, per assolvere alle funzioni tipiche delle corti rinascimentali. La realizzazione si concluse intorno al 1541 e i lavori furono seguiti dalla moglie di Alessandro, Eleonora Gonzaga, che incaricò Pietro Bembo di curare il testo delle iscrizioni poste nel fregio del prospetto esterno e nel cortile d’onore. In questo intervento, Genga fece sopraelevare la torre di guardia e tamponare parte delle logge del cortile sforzesco, e si occupò anche delle decorazioni interne, insieme a prestigiose personalità artistiche dell’epoca come Dosso e Battista Dossi, Raffaellino del Colle, il Bronzino, Camillo Mantovano ed altri.

La villa si stende lungo quattro livelli terrazzati in armonia con il naturale declivio del colle ed è contenuta da una cinta muraria. I livelli superiori sono occupati prevalentemente dai giardini, che sono circondati da oltre 35 ettari di bosco. La loro struttura conserva la memoria del giardino rinascimentale ricco di essenze arboree profumate e pregiate come l’alloro, il mirto, il rosmarino, insieme a bossi, viti, cedri, limoni e aranci. I due livelli inferiori invece costituiscono il corpo abitabile, che negli anni fu frequentato da molti letterati ed artisti tra cui Tiziano e Pietro Aretino, Torquato Tasso, Baldassarre Castiglione e Pietro Bembo che in un suo scritto descrive la villa come <condotta con la vera scienza dell’arte, e con i modi antichi e invenzioni belle e leggiadre che a me paia aver veduta fatta modernamente>.

La struttura, svelandosi a poco a poco in mezzo alla vegetazione, riprende la volontà del progettista di creare con il paesaggio circostante un rapporto di perfetta simbiosi. Ciò è testimoniato dai numerosi percorsi che, attraverso il bosco, collegavano l’Imperiale alle altre ville Roveresche.

Cenobio di San Bartolo

L’origine di questo convento è legata a due eremiti di origine spagnola, Giovanni fu Berengario e Pietro di Gualcerano Barbarani, che fra il XIV e XV sec, si insediarono in questo luogo dove era già presente una chiesa di cui si presero cura; nel 1442 il convento fu concesso all’ordine dei Girolamini e nel 1457 la chiesa fu riconsacrata a San Bartolomeo. Al suo interno, circondato da tanti ex-voto è conservato il sarcofago di Pietro di Gualcerano Barbarani, ritenuto protettore dei bambini e sull’altare maggiore, fino al 1822, c’era la pala di San Girolamo in trono dipinta da Giovanni Santi. (Roberta Martufi)

Faro

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Museo Paleontologico L. Sorbini

Inaugurato il 21 Dicembre 2008 nell’antico Palazzo Comunale di Fiorenzuola di Focara, il Museo Paleontologico è stato dedicato alla memoria dello studioso pesarese Lorenzo Sorbini (già direttore del Museo di Storia Naturale di Verona).

Il museo rinverdisce la tradizione paleontologica pesarese risalente al Passeri (1775) e, con la ricca messe di ittioliti, filliti, insetti e resti di uccelli fossili provenienti dal giacimento di Monte Castellaro (detto anche Monte della Croce), si addentra nella problematica del “Disseccamento” del Mar Mediterraneo (6 milioni di anni fa), studiando in particolare il fenomeno del gigantismo osseo di un piccolo pesce fossile: Aphanius crassicaudus (Nono o Bottacchio).

Il patrimonio museale è costituito principalmente da quattro collezioni private donate all’Ente Parco.  Tra gli esemplari fossili spicca per bellezza ed importanza una libellula, perfettamente conservata, in cui è possibile ancora osservare la minuziosa nervatura delle ali; si tratta di un esemplare unico al mondo poiché costituisce l’olotipo (nuovo genere e nuova specie) di libellula, chiamata Italolestes stroppai. I reperti sono stati studiati da varie Università italiane ed estere per l’eccezionalità della loro conservazione e per la loro importanza in materia di cambiamenti climatici. Il giacimento rappresenta uno dei più importanti siti italiani di interesse paleontologico, riconosciuto dalla Società Paleontologica Italiana

ll museo offre visite guidate per le scuole di ogni ordine e grado, e si occupa di ricerca scientifica, effettuando campagne di scavi per l’acquisizione di nuovi reperti. In occasione della visita da parte di scolaresche verranno donati alla scuola un poster e il libro “I fossili del Monte Castellaro nel Parco San Bartolo”, di Nicoletta Bedosti (in versione digitale).
Alla visita museale è possibile abbinare anche l’attività di laboratorio didattico rivolta a scuole materne, elementari e medie inferiori.

Scavi e Antiquarium di Colombarone

Il sito è ubicato al crocevia tra la strada consolare Flaminia (Statale Adriatica) e il diverticolo che la collegava al porto romano di Vallugola. Gli scavi condotti negli ultimi venticinque anni sulle tracce delle ricerche di Annibale degli Abbati Olivieri (1757) hanno riportato alla luce una villa tardo imperiale databile tra il III e il VI secolo d.C. su cui si imposta la basilica paleocristiana di San Cristoforo ad Aquilam, sede dello storico incontro nel 743 tra papa Zaccaria e l’esarca Eutiche.

La domus si articola attorno ad un cortile porticato, con un settore principale, due sale da banchetto e da cerimonie, alcune stanze di carattere residenziale e un settore termale. Presenta mosaici pavimentali con tessere bianche, nere e policrome, con motivi geometrici e floreali.

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