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Si tratta di uno dei borghi storici del Parco San Bartolo, una piccola frazione a picco sulla falesia, di cui si hanno solo notizie vaghe e frammentarie.
Pur non avendo memoria di antiche leggende che la vedano protagonista, la persistenza a tutt’oggi del centro abitato all’erosione della costa e alle avversità della storia, lascia pensare che si trattasse di un centro importante. Santa Marina, un tempo nota con il nome di Villa di Cuspisano, è citata in alcuni documenti del ‘600, che riferiscono dell’antico castello sul mare e sviluppano l’ipotesi che si tratti di un centro di commercio via mare con i Greci, risalente al IV° secolo a.C.
Il potenziamento del porto di Vallugola e la crescente importanza del vicino nucleo di Colombarone, contribuirono a portare in secondo piano la funzione strategica del fortilizio, che nei secoli restò abitato solo da braccianti agricoli e pescatori.
Fu proprio questo progressivo e graduale spopolamento, in concomitanza con l’inarrestabile erosione del suo porto naturale e della costa, che fecero svanire definitivamente per Santa Marina la possibilità di acquisire un’identità comunale autonoma, tanto da essere assorbita dal Comune di Pesaro, restandone sempre dipendente.
A memoria storica della comunità esistente, resta ancora oggi la chiesa di Santa Marina Vergine, che si suppone ricostruita in posizione più a valle della falesia per evitare che cadesse a mare. La chiesa ha perso esternamente il suo stile seicentesco, anche se ancora conserva il campanile a torre. Il suo interno è costituito da un’unica arcata ed ospita cinque altari, tuttora corredati dai quadri dei santi a cui sono dedicati.
E’ uno dei quattro castelli (insieme a Casteldimezzo, Gradara e Granarola) edificati tra il X ed il XIII secolo, al fine di costituire un organico sistema difensivo per il controllo del valico della Siligata, nell’area di confine tra la Chiesa Ravennate e la Chiesa Pesarese prima, e tra i Malatesta di Rimini e quelli di Pesaro poi.
Il borgo, denominato originariamente Fiorenzuola, assunse nel 1889 la specificazione di Focara, probabilmente per la presenza nell’antichità di fuochi che segnalavano ai naviganti la posizione, o per la presenza di “fornacelle” dove si cuocevano laterizi e terrecotte (dal dialetto romagnolo fuchèr o fughèr, cioè focare per cuocere i laterizi). Rimangono, quali testimonianze della sua storia, alcuni resti delle mura medievali con tre dei cinque bastioni che segnavano la cinta muraria pentagonale e qualche portale del ’600-’700. Interessante anche la porta sulla quale una targa rievoca i versi Danteschi (Inferno XXVIII) relativi ad un fatto avvenuto sul mare antistante. Da segnalare inoltre la chiesa di Sant’Andrea, sulla quale esistono documenti fin dal XII secolo, di cui oggi sopravvive solo il suggestivo campanile con orologio che rintocca il passare delle ore.
È particolarmente suggestivo passeggiare per questo piccolo borgo, che conserva intatta nei suoi vicoli e nelle sue piazzette la memoria del passato.
Percorrendo a piedi Strada della Marina, che si imbocca dal centro paesino, è possibile raggiungere una piccola spiaggetta naturale, famosa per la sua incontaminata bellezza e per i suoi “cogoli” (sassi tondeggianti modellati dal mare) con cui i “selcini”(artigiani e marinai) lastricavano le strade e le piazze.
Anticamente nota come “Castrum Medii”, per la sua “caratteristica posizione tra il Castello di Gabicce e quello di Fiorenzuola”, (denominato anche Galliolo o Gaiola o Garzoleto) il borgo è situato a circa 200 metri s.l.m. e costituisce un balcone naturale da cui lo sguardo può spaziare verso un ampio orizzontenel quale spiccano il Castello di Gradara, le “penne” di San Marino ed il Gibbo del Catria.
A Casteldimezzo si conserva parte della cinta muraria, una volta intervallata da numerosi torrioni, mentre la rocca è oggi scomparsa. Particolarmente interessante è la chiesa intitolata ai Santi ravennati Apollinare e Cristoforo, che custodisce un Crocifisso del XV secolo, opera di Jacobello del Fiore attorno al quale si narra una storia avventurosa ricordata da una lapide del 1652, collocata all’interno della chiesa stessa. Di altrettanta rilevanza la grande tavola posta sopra l’altare centrale, rappresentante una Madonna in trono col Bambino, i Santi Apollinare e Cristoforo ed angelo musicante, opera di F. Zaganelli e databile attorno al 1510.
Le origini di questa fortezza sono strettamente legate alla storia degli due castelli delle “terre di Focara”, anche se purtroppo gran parte dei suoi resti sono andati perduti in seguito al grande sviluppo turistico della cittadina negli ultimi decenni.
Un’idea di quello che nei secoli addietro fu il castello di Gabicce può essere ricavata osservando i bellissimi acquerelli di Francesco Mingucci e del Liverani, che lo hanno fedelmente riprodotto come appariva nel 1600 e nell’800. Il castello ha ereditato probabilmente il suo nome da quello di una famigliache lo possedette nella notte dei tempi. Il toponimo originario era infatti castrum Ligabitij, ossia catello di Ligabizio o dei Ligabizzi, che poi si trasformò in Ligabicci, Le Gabicce e infine Gabicce. Secondo un’altra ipotesi, Ligabitius potrebbe essere il sostantivo con cui venivano indicati coloro che svolgevano il lavoro di “legabecchi”: tale ipotesi trova le sue ragioni nella consistente presenza di capre, (chiamati appunto becchi) che in epoca passata trovavano il loro habitat ideale proprio sulle colline del S. Bartolo.
Oggi, ad eccezione della chiesa di Sant’Ermete, sono poche le tracce lasciate dalla fortezza, anche se fino all’ultima guerra erano ancora visibili alcuni resti delle mura, la porta su cui troneggiava un piccolo campanile e un nucleo antico di case dalle viuzze strette e tortuose, che rappresentavano una modesta difesa contro l’implacabile forza dei venti di bora.